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sabato 15 luglio 2017

Stelle



Il cielo nero era un incanto. Non il nero sbiadito dal bagliore freddo della luce dei lampioni. No. Il buio era buio vero. Come la notte, appunto. Davanti a uno spettacolo del genere ci sentivamo tutti poeti, anche se leggere era un faticoso incespicare sulle sillabe e non sapevamo ancora che siamo tutti nel fango/ ma alcuni di noi guardano alle stelle.
Pazienza, poi, se la poesia andava a farsi benedire, con quel gioco infantile di contare le stelle per farsi venire i porri. Una sfida che non vincemmo mai. Troppi puntini da inseguire con lo sguardo: si finiva sempre per fare confusione, contare più volte o nessuna. L’antica profezia non aveva speranza di realizzarsi, né pertanto potemmo verificare le virtù taumaturgiche del filo di giunco: sarebbe bastato fare tanti nodi quanti erano i porri e, dopo averlo annodato, farlo lasciare in un posto dal quale non saremmo mai passati. Oppure legare il filo alla base del porro, che con un po’ di pazienza sarebbe prima o poi caduto. Un rimedio considerato dai nostri nonni infallibile, potenza del giunco!
Fu in una di quelle notti silenziose e scure che pensai: «da grande farò l’astronomo». Sarei riuscito a rispondere alle domande complicate che il mistero della scenografia notturna suggeriva. Ma poi le cose andarono diversamente e le risposte non sarebbero mai arrivate.
Anche per questo non conosco il mio destino. Mi faccio delle domande, come chiunque. Anzi, è quel chiarore sterminato a farle le domande, a chiedermi che farò della mia vita. Quale sarà il punto d’arrivo di questa corsa affannata, che scioglie la paura della morte nella visione di una meta?
Quando mi sento particolarmente ispirato invento con i puntini i disegni che voglio, unendoli con l’indice sopra la mia testa. Puoi disegnarci quello che vuoi con quei chicchi luccicanti, anche un destino a portata d’umore. Oppure traiettorie indecifrabili. Come tutti noi, del resto: un giorno santi, il giorno dopo assassini.
Sulla lavagna nera scorrono i volti perduti nel tempo. Se si tende l’orecchio, si percepisce persino il brusio di voci lontane. La notte è di chi non c’è e anche noi che la contempliamo sdraiati sul prato – le carezze dell’erba sulla schiena – viaggiamo altrove, in groppa ai traccianti di fuoco che la feriscono e trovano infine la pace nella tasca dell’orizzonte: siamo e non siamo.

lunedì 3 luglio 2017

L’eccidio di Fantina

Un episodio poco noto del Risorgimento italiano riguarda la tragica sorte toccata ai sette garibaldini giustiziati dall’esercito italiano il 4 settembre 1862 a Fantina, piccolo centro del messinese all’epoca frazione del comune di Novara di Sicilia e oggi comune autonomo di Fondachelli Fantina.
Una pagina dolorosa, a lungo tenuta nascosta perché imbarazzante per i cantori della vulgata edulcorata e romantica delle vicende che portarono all’unificazione. D’altronde, l’inchiesta avviata dal governo sotto la spinta delle proteste dei giornali repubblicani e garibaldini si era presto conclusa con un nulla di fatto: era stato sufficiente mettere il bavaglio alla stampa e sostituire il magistrato di Messina, deciso a vederci chiaro, con un collega più sensibile alla logica della ragion di stato. Agli inizi del Novecento il sempre combattivo Napoleone Colajanni aveva nuovamente sollevato la questione del crimine commesso da militari “regolari” nei confronti di propri connazionali. Ma Colajanni era una voce nel deserto: i fatti di Fantina andavano cancellati dalla memoria storica nazionale.
A squarciare il velo dell’oblio, centoventi anni dopo, ha provveduto Antonio Ghirelli con L’eccidio di Fantina (Sellerio, 1986), un prezioso volumetto che ha ristabilito la verità storica e restituito la dignità alle vittime in camicia rossa.
Il contesto in cui matura il misfatto è quello della seconda sfortunata spedizione garibaldina, che al grido di «O Roma, o morte!» si prefiggeva di consegnare all’Italia la sua capitale naturale, liberandola dal giogo papale. Non tutti i volontari erano riusciti a raggiungere la Calabria: tra questi vi erano i volontari della “colonna Trasselli”, circa 800-900 uomini che, dopo il ferimento di Garibaldi in Aspromonte (29 agosto 1862), cominciarono a vagare nelle campagne tra Catania e Messina, quindi cercarono di raggiungere Novara di Sicilia per consegnare le armi al sindaco ed evitare così l’umiliazione di una resa alle truppe sabaude. Circa cinquantina volontari persero contatto dal resto del gruppo e, distrutti dalla fatica, cercarono un posto dove trascorrere la notte. Alcuni si addormentarono sui letti asciugati dei torrenti, altri furono ospitati in qualche casa di contadini, altri ancora si rifugiarono nella chiesetta di Fantina. Qui furono sorpresi nel sonno dai soldati del 47° battaglione di fanteria dell’esercito, guidato dal maggiore De Villata e composto in prevalenza da soldati che erano già stati in forza nell’esercito borbonico, prima di venire inquadrati in quello sabaudo. Una sorta di rivincita, quindi, compendiata dalla frase rivolta ai volontari: «Al Sessanta tu ed al Sessantadue noi!».
Subito dopo, un ufficiale comunicò l’ordine giunto dal comando: «Se in mezzo a voi si celano dei disertori, si facciano innanzi. Il Re li perdona e li lascerà immediatamente raggiungere i loro corpi». Ma si trattava di un inganno. I sette che si dichiararono disertori furono portati nel quartier generale al cospetto del maggiore De Villata, il quale li gelò: «Voi siete spergiuri verso la patria ed il Re. In nome della legge militare vigente, voi siete condannati alla pena di morte da eseguirsi all’istante». Per arrestare l’avanzata di Garibaldi, in Sicilia era stato infatti proclamato lo stato d’assedio e, agli occhi del governo, tra briganti e disertori non c’era alcuna differenza.
La pietà dei contadini di Fantina permise di dare degna sepoltura ai fucilati, i cui corpi erano stati abbandonati sulla fiumara. All’alba del 5 settembre furono infatti trasportati in una vicina chiesetta e inumati sotto il pavimento.
Di “martiri dimenticati” parlò l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi nel discorso tenuto il 24 novembre 1984 proprio sotto la lapide murata all’esterno della chiesa, che riporta le parole dettate nel 1890 dal patriota Raffaele Villari: «In quest’albo di marmo/ stanno incisi i nomi/ di eroi trucidati/ sulla contesa marcia di Roma/nel settembre 1862/ ma dalla istoriata pietra/ un torrente di luce si sprigiona/ che ricorda i morti/ che mantengono viva/ e sempiterna l’Italia».
Un’iscrizione in realtà ben diversa dalla formulazione iniziale: «Su quest’albo di marmo/ stanno incisi i nomi/ dei sette eroi assassinati vilmente/ sulla contesa marcia su Roma/ ma dalla istoriata pietra/ si sprigiona/ un grido di vendetta/ all’Italia e a Dio/ contro il carnefice impunito».
Il vile assassinio e il grido di vendetta contro il carnefice impunito non potevano mai essere accettati da un establishment impegnato a cancellare le pagine più buie e controverse della storia nazionale.